Ventimila leghe sotto i mari · Seconda parte

XIII.

I borgognoni 1.

Il Nautilus aveva ripreso la sua immutabile direzione verso sud, seguendo il 50° meridiano, con velocità considerevole.

Il Nautilus aveva ripreso la sua immutabile direzione verso sud, seguendo il 50° meridiano, con velocità considerevole. Voleva dunque arrivare al Polo? Non lo credevo. Perchè fino a quel giorno tutti i tentativi per giungere a quel punto del globo erano andati falliti. E anche la stagione era avanzata, poichè il 13 marzo delle terre antartiche corrisponde al 13 novembre delle regioni boreali, giorno in cui comincia il periodo equinoziale.

Il 14 marzo vidi massi di ghiaccio galleggianti a 55° di latitudine, semplici frantumi scialbi, lunghi da venti a venticinque piedi, formanti scogli contro i quali si spingevano le onde. Il Nautilus si manteneva alla superficie dell’Oceano. Ned Land, avendo già pescato nei mari artici, erasi fatto famigliare con lo spettacolo di massi di ghiaccio, Conseil e io li ammiravamo per la prima volta. Nell’atmosfera, verso l’orizzonte del sud, si estendeva una bianca striscia d’aspetto abbagliante. I balenieri inglesi le diedero il nome di iceblink. Per quanto fitte siano le nuvole, non possono oscurarla. Essa annunzia la presenza di un pack o banco di ghiaccio.

In fatti non andò molto che apparvero massi più considerevoli, il cui splendore si modificava secondo i capricci della nebbia. Taluna di queste masse mostrava vene verdi, come se il solfato di rame ne avesse tracciato le linee ondulate.

Altre, a somiglianza di enormi ametiste, si lasciavano penetrare dalla luce; queste riflettevano i raggi del Sole sulle mille faccette dei loro cristalli, quelle, colorate dei vivi riflessi del calcare, sarebbero bastate alla costruzione di tutta una città di marmo. Più discendevamo al sud, più quelle isole galleggianti crescevano di numero e d’importanza. Gli uccelli polari vi nidificano a migliaia. Erano procellarie e berte che ci assordavano con le loro strida. Talune, prendendo il Nautilus per il cadavere di una balena, venivano a posarvisi sopra, e picchiavano con il becco sullo scafo sonoro.

Durante quella navigazione in mezzo ai ghiacci, il capitano Nemo stette spesso sulla piattaforma. Egli osservava attento quei paraggi abbandonati; talvolta vedevo il suo sguardo sereno accendersi; forse egli diceva a se stesso che in quei mari polari, contesi all’uomo, egli era come in casa sua, padrone degli spazî insuperabili; ma non parlava; rimaneva immobile, non tornando in sè se non quando i suoi istinti di comandante riprendevano il sopravvento. Dirigendo allora il suo Nautilus, con un’abilità senza pari, evitava l’urto di quei massi, taluni dei quali erano lunghi parecchie miglia e alti dai settanta agli ottanta metri.

Il capitano Nemo
Il capitano Nemo

Sovente l’orizzonte pareva interamente chiuso. All’altezza del sessantesimo grado di latitudine ogni passaggio era scomparso; ma il capitano, cercando con cura, trovava in breve qualche stretto vano, per il quale si cacciava audacemente, sapendo tuttavia che doveva chiudersi dietro di lui.

E fu così che il Nautilus, guidato da quella mano abile, passò tutti quei ghiacci, classificati, secondo la loro forma e grandezza, con una precisione che incantava Conseil; ice-bergs o montagne, ice-fields o campi uniti senza limiti, drift-ice o ghiacciai galleggianti, packs o campi spezzati detti palks quando sono circolari, streams quando sono fatti di pezzi allungati.

La temperatura era bassa. Il termometro all’aria aperta segnava due o tre gradi sotto zero; ma eravamo ben coperti di pellicce di cui le foche e gli orsi marini avevano fatto le spese. All’intorno il Nautilus, regolarmente riscaldato dagli apparecchi elettrici, sfidava i freddi più intensi. D’altra parte, gli sarebbe bastato immergersi qualche metro sott’acqua per trovare una temperatura sopportabile.

Due mesi prima avremmo goduto in quella latitudine un giorno perpetuo; ma già si faceva notte per tre o quattro ore, e più tardi le tenebre dovevano durare sei mesi in quelle regioni circumpolari.

Il 15 marzo passammo la latitudine delle isole New Shetland e delle Orkney del Sud. Il capitano mi fece sapere che una volta numerose tribù di foche abitavano quelle terre: ma i balenieri inglesi e americani, nella loro rabbia di distruzione, uccidendo adulti e femmine pregnanti, avevano lasciato dietro di sè il silenzio della morte, là dove era prima il movimento della vita.

Il 16 marzo, verso le otto del mattino, il Nautilus, seguendo il cinquantacinquesimo meridiano, tagliò il Circolo Polare Antartico. Tutt’intorno eravamo circondati da ghiacci che chiudevano l’orizzonte. Pure il capitano Nemo camminava di passo in passo avanzando sempre.

La barriera di ghiaccio australe
La barriera di ghiaccio australe

– Dove va egli? – domandai.

– Innanzi a sè – rispose Conseil: – dopo tutto, quando non potrà andar più oltre, si fermerà.

– Non ne farei giuramento! – risposi.

E, per essere schietto, confesserò che quest’avventurosa escursione non mi spiaceva punto; non saprei esprimere quanto mi meravigliassero le bellezze di quelle nuove regioni. I ghiacci avevano atteggiamenti superbi. Qui il loro insieme aveva sembianza di una città orientale, con i suoi minareti e le sue moschee; là invece d’una città demolita e come crollata per una convulsione del suolo, con aspetti incessantemente variati dai raggi obliqui del Sole o involti nelle nebbie grige in mezzo a uragani di neve. E da ogni parte detonazioni, frane, capitomboli di massi di ghiaccio che mutavano la decorazione come il paesaggio di un diorama.

Quando il Nautilus era immerso, al momento in cui si rompevano quegli equilibri, il rumore si propagava sott’acqua con spaventosa intensità, e la caduta di quei massi formava pericolosi risucchî fin negli strati profondi dell’Oceano. Il Nautilus rullava allora e beccheggiava come una nave abbandonata alla furia degli elementi.

Sovente, non vedendo più nessuna uscita, pensai che fossimo definitivamente prigionieri; ma, guidato dall’istinto, il capitano Nemo scopriva, al più lieve indizio, passaggi nuovi. E non falliva mai, osservando i piccoli fili d’acqua azzurrognola che solcavano i massi di ghiaccio; ond’io non dubitavo nemmeno che ei non avesse altra volta avventurato la sua nave nei mari antartici.

Pure, nella giornata del 16 marzo, i ghiacci ci sbarrarono assolutamente il passo; non erano ancora i borgognoni, ma vasti massi solidificati dal freddo. Quell’ostacolo non poteva arrestare il capitano Nemo, il quale gli mosse incontro con spaventevole violenza. Il Nautilus penetrava come un cuneo nella massa friabile e la divideva con terribili scricchiolii. Era l’antico ariete spinto da un’immensa forza. I frantumi di ghiaccio, sbalzati in alto, ricadevano come grandine intorno a noi. Il nostro apparecchio si scavava un canale con la sua forza d’impulsione. Talvolta, trasportato dal suo slancio, sormontava il campo di ghiaccio e lo schiacciava con il proprio peso, e a volte, penetrando sotto il masso, lo spezzava con il semplice barcollamento.

In quei giorni fummo assaliti da turbini violenti. La nebbia era così fitta da non potercisi vedere da un’estremità della piattaforma all’altra. Il vento saltava bruscamente da un punto all’altro della bussola. La neve si ammucchiava in strati così duri che bisognava spezzarla a colpi di piccone. Non erano che cinque gradi sotto zero, pure tutte le parti esterne del Nautilus si coprivano di ghiaccio. Non si sarebbe potuto manovrare gli attrezzi, poichè tutti i tiranti si sarebbero incrostati nella gola delle girelle. Solo un bastimento senza vela e mosso da un motore elettrico, che faceva a meno del carbone, poteva affrontare così alte latitudini.

In quelle condizioni, il barometro si tenne bassissimo e scese perfino a 73° e 5’. Le indicazioni della bussola non davano più alcuna garanzia, perchè gli aghi impazzati segnavano direzioni contradditorie nell’accostarsi al polo magnetico meridionale, il quale si confonde con il Polo Sud del mondo. In fatti, secondo Hansteen, quel polo è situato pressochè a 70° di latitudine e 13° di longitudine, e secondo le osservazioni di Duperrey, a 135° di longitudine e 70° 30’ di latitudine. Bisognava allora fare osservazioni numerose sulla bussola, collocata in differenti parti della nave, e prendere una media. Ma sovente ci riferivamo alla stima per rilevare la strada percorsa, metodo poco soddisfacente in quei passi sinuosi, dove i punti di confronto cambiano a ogni tratto.

Finalmente il 18 marzo, dopo venti inutili assalti, il Nautilus si vide assolutamente arrestato. Non erano più nè gli streams, nè i palks, nè gli ice-fields, ma una sterminata e immobile barriera formata di montagne saldate l’una contro l’altra.

– I borgognoni! – mi disse Ned Land.

Compresi che per Ned, come per tutti i naviganti che ci avevano preceduti, era quello l’insuperabile ostacolo. Il Sole essendo per un istante apparso verso il mezzodì, il capitano ottenne un’osservazione abbastanza esatta, che determinò la nostra situazione a 51° 30’ di longitudine e 67° 35’ di latitudine meridionale.

Era già un punto avanzato delle regioni antartiche.

Non v’era più, dinanzi a noi, nessuna apparenza di mare o di liquida superficie. Sotto lo sperone del Nautilus si stendeva una vasta pianura tormentata, sparsa confusamente di massi con quel capriccioso disordine che caratterizza un fiume qualche tempo prima dello scioglimento dei ghiacci, ma in proporzioni gigantesche.

Qua e là picchi acuti, guglie delicate si elevavano all’altezza di duecento piedi. Più oltre una serie di spiagge tagliate a picco e coperte di tinte grigiastre, vasti specchi che riflettevano qualche raggio di Sole quasi perduto nella nebbia. E su quella desolata natura un tetro silenzio, rotto appena dal batter d’ali delle procellarie e delle berte. Tutto era gelato, perfino il rumore.

Il Nautilus dovette dunque arrestarsi nella sua avventurosa corsa in mezzo ai campi di ghiaccio.

La barriera di ghiaccio australe
La barriera di ghiaccio australe

– Signore – mi disse in quel giorno Ned Land – se il vostro capitano va più oltre…

– Ebbene?

– Sarà bravo!

– E perchè mai, Ned?

– Perchè nessuno può passare i borgognoni. È potente, il vostro capitano, ma, per mille diavoli, non può essere più potente della natura, e là dov’essa ha posto dei limiti, conviene arrestarsi, per amore o per forza.

– In fatti, Ned Land; eppure avrei voluto sapere ciò che v’è dietro questi borgognoni! Un muro, ecco ciò che più mi incollerisce!

– Il signore ha ragione – disse Conseil – i muri non furono inventati che per far arrabbiare gli scienziati, Non vi dovrebbero essere muri in nessun luogo.

– Dietro questi borgognoni – rispose il Canadese – si sa bene che cosa si trova.

– Che cosa? – domandai.

– Ghiaccio, sempre ghiaccio!

– Voi siete certo di questo fatto, Ned – replicai – ma io non lo sono; ed ecco perchè vorrei andare a vedere.

– Ebbene, signore, rinunziate pure a quest’idea – disse il Canadese. – Siete giunto ai borgononi, e ciò basta; nè voi, nè il vostro capitano, nè il suo Nautilus, andrete più oltre. E, lo voglia egli o no, ritorneremo verso il nord, vale a dire al paese dei galantuomini.

Devo convenire che Ned aveva ragione, e fino a tanto che le navi non saranno costrutte per navigare sui campi di ghiaccio dovranno arrestarsi dinanzi ai borgognoni.

In fatti, non ostante i suoi sforzi, non ostante i poderosi mezzi adoperati, per disgiungere i ghiacci, il Nautilus fu ridotto all’immobilità. Di solito, chi non può più andare innanzi, se la cava ritornando indietro. Ma qui il ritornare indietro era impossibile quanto l’andare innanzi, perchè i passaggi s’erano chiusi dietro di noi, e per poco che il Nautilus fosse rimasto stazionario, non avrebbe tardato a essere bloccato. E fu ciò che avvenne verso le due ore pomeridiane; poichè il nuovo ghiaccio si formò sui suoi fianchi con prodigiosa rapidità. Devo confessare che la condotta del capitano Nemo era più che imprudente.

La barriera di ghiaccio australe
La barriera di ghiaccio australe

Ero allora sulla piattaforma. Il capitano, che da alcuni istanti osservava la situazione, mi disse:

– Ebbene, signor professore, che ne pensate voi?

– Penso che siamo prigionieri, capitano.

– Prigionieri! che intendete dire?

– Voglio dire che non possiamo andare nè innanzi, nè indietro, nè da alcun lato. Questo, io credo, si chiama essere prigionieri, almeno nei continenti abitati.

– Dunque, signor Aronnax, voi credete che il Nautilus non potrà liberarsi?

– Difficilmente, capitano, poichè la stagione è già troppo inoltrata, nè potete contare sullo scioglimento dei ghiacci.

– Ah! signor professore – rispose il capitano con accento ironico – voi sarete sempre lo stesso! Non vedete che impedimenti e ostacoli! Pure io vi affermo che non solo il Nautilus si libererà, ma andrà ancora più lontano.

– Più lontano al sud? – domandai, guardando in volto il capitano.

– Sì, signore, andrà al Polo.

– Al Polo! – esclamai non potendo trattenere un movimento di incredulità.

– Sì – rispose freddamente il capitano – al Polo Antartico, a quel punto ignoto in cui si incrociano tutti i meridiani del globo. E vi è noto se io faccia del Nautilus ciò che voglio.

Sì, lo sapevo. Sapevo quell’uomo audace fino alla temerità! Ma superare quegli ostacoli ond’è irto il Polo Sud, ancora più inaccessibile del Polo Nord, che pure non fu mai raggiunto, non era forse impresa assolutamente pazza e che solo un intelletto guasto poteva concepire?

Mi venne allora in mente di domandare al capitano Nemo, se avesse già scoperto quel Polo, che piede di umana creatura non aveva premuto mai.

– No, signore – mi rispose – e lo scopriremo insieme. Là, dove altri son venuti meno, io non verrò meno. Non mai condussi il mio Nautilus così lontano sui mari australi; pure ve lo ripeto, andrà ancora più in là.

– Voglio credervi, capitano – ripresi a dire con accento lievemente ironico; – vi credo! andiamo innanzi! non vi sono ostacoli per noi! spezziamo questi borgognoni! facciamoli saltare in aria se resistono o diamo le ali al Nautilus perchè possa passare al disopra.

– Al disopra, signor professore? – rispose tranquillamente il capitano, – non al disopra, ma al disotto.

– Al disotto! – esclamai.

Una subita rivelazione dei disegni del capitano aveva illuminato il mio spirito. Comprendevo ora come le meravigliose qualità del Nautilus dovessero servirlo in quella sovrumana impresa.

– Vedo che incominciamo a intenderci, signor professore – mi disse il capitano con lieve sorriso; – voi intravedete già la possibilità – io direi la sicurezza – di questo tentativo. Ciò che per una nave ordinaria è impraticabile, al Nautilus è facile; se un continente emerge al Polo, si arresterà dinanzi a esso; ma se invece lo bagna il mare libero, arriverà fino al Polo.

– Infatti – diss’io infervorato dal ragionamento del capitano – se la superficie del mare è solidificata dal ghiaccio, i suoi strati inferiori sono liberi, in virtù di quella legge provvidenziale che ha posto il maximum della densità dell’acqua marina a un grado maggiore di quello della congelazione. E se io non m’inganno la parte immersa di questi borgognoni sta alla parte che emerge come quattro a uno.

– All’incirca, signor professore. Gli ice-bergs, per un piede che hanno sulla superficie del mare, ne misurano tre sotto. Poichè dunque queste montagne di ghiaccio non passano i cento metri d’altezza, non si sprofondano che di trecento. Ora, che sono mai trecento metri per il Nautilus?

– Nulla, signore.

– Esso potrà anche andare a ricercare a maggior profondità quella temperatura uniforme delle acque marine, e là sfideremo impunemente i trenta o quaranta gradi di freddo della superficie.

– È vero, signore, è verissimo – risposi infervorandomi.

– La sola difficoltà – soggiunse il capitano Nemo – sarà di rimanere molti giorni immersi senza rinnovare la nostra provvista d’aria.

– Non è che questo? – replicai; – il Nautilus ha vasti serbatoi, li riempiremo e ci forniranno tutto l’ossigeno di cui avremo bisogno.

– Ben pensato, signor Aronnax – rispose sorridendo il capitano. – Ma non volendo che possiate accusarmi di temerità, voglio sottomettervi dapprima tutte le mie obiezioni.

– Vi rimangono obiezioni da fare?

– Una sola. È possibile, se esiste il mare al Polo Sud, che sia interamente coperto di ghiaccio, e per conseguenza che non possiamo risalire alla sua superficie!

– Voi dimenticate che il Nautilus è armato d’un formidabile sperone; ora non potremo noi spingerlo diagonalmente contro quei campi di ghiaccio e fenderli con l’urto?

– Signor professore, oggi avete delle buone idee!

– E poi, capitano – aggiunsi accendendomi sempre più – perchè non si deve incontrare il mare libero al Polo Sud come al Polo Nord? I poli del freddo e i poli della Terra non si confondono nè nell’emisfero australe, nè nell’emisfero boreale, e fino a prova contraria si deve supporre o un continente o un oceano libero nei due punti del globo.

– Lo credo anch’io, signor Aronnax – rispose il capitano Nemo. – Solo vi farò osservare che dopo d’aver fatto tante obiezioni contro il mio disegno, ora mi schiacciate con gli argomenti in suo favore.

Il capitano diceva il vero. Ero giunto a vincerlo in audacia! Ero io che lo trascinavo al Polo, io che lo precedevo lasciandomelo indietro un bel tratto!… Ma no, povero pazzo! Il capitano Nemo sapeva meglio di te il pro e il contro della questione, e si dilettava a vederti infervorato nelle fantasticherie dell’impossibile!

Frattanto egli non aveva perduto un momento! A un suo cenno apparve il secondo. I due uomini conversarono rapidamente nel loro linguaggio, e sia che il secondo fosse stato già prevenuto, o sia che trovasse il disegno praticabile, non dimostrò alcuna meraviglia.

Ma, per quanto fosse impassibile, non mostrò una più intera impassibilità di Conseil, quand’io gli annunziai la nostra intenzione di spingerci fino al Polo Sud. Egli accolse la mia comunicazione con un «come piacerà al signore», e dovetti starmene pago.

Quanto a Ned Land, se mai vi fu uomo che si stringesse sdegnosamente nelle spalle, fu il Canadese.

– Ecco, signore – mi disse – voi e il vostro capitano mi fate pietà!

– Ma noi andremo al Polo, mastro Ned!

– È possibile, ma non ritornerete.

E Ned Land rientrò nella sua cabina «per non fare uno sproposito», come disse nel lasciarmi.

Frattanto i preparativi dell’audace tentativo erano incominciati.

Le poderose pompe del Nautilus cacciavano l’aria nei serbatoi e ve la comprimevano. Verso le quattro il capitano Nemo mi annunziò che si stava per chiudere gli sportelli della piattaforma. Gettai un ultimo sguardo sulla fitta muraglia di ghiaccio che dovevamo passare. Il cielo era chiaro, pura l’atmosfera, il freddo vivissimo, dodici gradi sotto zero; ma il vento essendosi quietato, quella temperatura non pareva gran che insopportabile.

Una decina di uomini salirono sui fianchi del Nautilus, e a colpi di piccone spezzarono il ghiaccio intorno alla carena, che in breve fu fatta libera. Non occorse gran tempo per quell’operazione, poichè il nuovo ghiaccio era ancora sottile. Poi rientrammo tutti all’interno. I soliti serbatoi si riempirono d’acqua, e il Nautilus non tardò a sommergersi.

Io m’ero collocato nella sala con Conseil, e dal vetro aperto guardavamo gli strati inferiori dell’Oceano Australe. Il termometro risaliva, l’ago del manometro deviava sul quadrante.

A trecento metri circa, come aveva preveduto il capitano, navigavamo sotto la superficie ondulata dei borgognoni. Ma il Nautilus si immerse sempre più e raggiunse una profondità di ottocento metri. La temperatura dell’acqua, che segnava dodici gradi alla superficie, non era più che di undici. Avevamo di già guadagnato due gradi. Si comprende che la temperatura del Nautilus, elevata dai suoi riscaldatori, si manteneva ad un grado di gran lunga superiore. Tutte le manovre si compievano con straordinaria precisione.

– Si passerà, non dispiaccia al signore – mi disse Conseil.

– Ci conto – risposi con accento di convinzione.

Sotto quel mare libero, il Nautilus aveva preso direttamente la via del polo senza allontanarsi dal 52° meridiano. Da 67° 30’ a 90° rimanevano a percorrere ventidue gradi e mezzo di latitudine, vale a dire poco più di cinquecento leghe. Il Nautilus prese un’andatura media di ventisei miglia all’ora; la velocità di un convoglio diretto. Serbandosi in quella, quaranta ore potevano bastare a raggiungere il polo.

Durante una parte della notte, la novità della situazione ci trattenne, Conseil e io, al vetro della sala. Il mare s’illuminava per l’irradiazione elettrica del fanale, ma era deserto. I pesci non soggiornavano in quelle acque prigioniere. Essi non trovavano altro che un passaggio per andare dall’Oceano Antartico al mare libero del polo. La nostra corsa era rapida, e ce ne avvedevamo dai fremiti del lungo scafo d’acciaio.

Verso le due ore del mattino andai a prendere alcune ore di riposo. Conseil mi imitò. Attraversando le corsie, non incontrai il capitano, e supposi che fosse nella gabbia del timoniere.

L’indomani, 19 marzo, alle cinque del mattino, ripresi il mio posto nella sala; il loche elettrico mi indicò che la velocità del Nautilus si era moderata.

Risaliva allora verso la superficie, ma prudentemente, vuotando lentamente i serbatoi.

Mi batteva il cuore: stavamo noi per emergere e ritrovare la libera atmosfera del polo?

No! una scossa m’indicò che il Nautilus aveva urtato nella superficie inferiore dei borgognoni, ancora spessa, a giudicare dalla sordità del rumore. In fatti, avevamo toccato, per servirci dell’espressione marina, ma in senso inverso e a mille piedi di profondità. Il che dava duemila piedi di ghiacci sopra di noi, mille dei quali emergevano. I borgognoni erano allora più alti che non fossero nei loro orli, e questo fatto era poco rassicurante.

Durante quella giornata, il Nautilus ricominciò più volte la stessa esperienza, e sempre venne a urtare contro la muraglia che faceva vôlta sovra di esso. In certi luoghi la incontrò a novecento metri, il che dava milleduecento metri di grossezza, duecento dei quali si elevavano sopra la superficie dell’Oceano. Era il doppio della sua altezza, nel momento in cui il Nautilus si era immerso sott’acqua.

Notai con gran cura le diverse profondità, e ottenni in quel modo il profilo sottomarino di quella catena che si svolgeva sopra le acque.

Alla sera non era avvenuto nessun mutamento nella nostra situazione.

Ghiaccio sempre, tra i quattrocento ed i cinquecento metri di profondità. La diminuzione era evidente, ma qual muraglia ancora fra noi e la superficie dell’Oceano!

Erano allora le otto. Già da quattro ore l’aria avrebbe dovuto essere rinnovata nell’interno del Nautilus, secondo l’abitudine quotidiana del bordo. Pure io non soffrivo troppo, benchè il capitano Nemo non avesse ancora domandato ai suoi serbatoi un supplemento di ossigeno.

In quella notte dormii sonni penosi. Speranza e timore mi assediavano volta a volta. Balzavo dal letto di frequente. Il Nautilus continuava a tastare la vôlta. Verso le tre del mattino osservai che la superficie inferiore dei borgognoni era a soli cinquanta metri di profondità. Centocinquanta metri ci separavano allora dalla superficie. Il banco di ghiaccio ridiveniva a poco a poco ice-field. La montagna ridiveniva pianura.

I miei occhi non si staccavano dal manometro. Risalivamo sempre seguendo diagonalmente la splendida superficie che scintillava ai raggi elettrici.

I borgognoni si abbassavano al disotto e al disopra come lunghe gradinate e si assottigliavano.

Finalmente, alle sei del mattino, in quel memorabile giorno del 19 marzo, si aprì la porta della sala, e apparve il capitano Nemo.

– Il mare libero! – mi disse.

Quando Ned incontrava il capitano.

Il Nautilus si trovò in mezzo a una frotta di balene.

Note

  1. Il francese banquise ; è il nome che i viaggiatori dei mari del Nord danno ai grandi massi di ghiaccio. ↩

Telegramma

Ufficio di partenza: World Wide Web · Destinazione: a bordo del Nautilus

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