Ventimila leghe sotto i mari · Prima parte

XX.

Lo stretto di Torres.

Nella notte dal 27 al 28 dicembre, il Nautilus abbandonò i paraggi di Vanikoro con immensa velocità, dirigendosi verso il sud-ovest, e in tre giorni varcò le settecentocinquanta leghe che separano il gruppo di La Pérouse dalla punta sud-est della Papuasia.

Nella notte dal 27 al 28 dicembre, il Nautilus abbandonò i paraggi di Vanikoro con immensa velocità, dirigendosi verso il sud-ovest, e in tre giorni varcò le settecentocinquanta leghe che separano il gruppo di La Pérouse dalla punta sud-est della Papuasia. Il primo gennaio 1863, di buon mattino, Conseil mi raggiunse sulla piattaforma.

– Il signore – mi disse il bravo giovanotto, – mi permetterà di augurargli il buon anno?

– Che dici mai, Conseil? Precisamente come se fossi a Parigi, nel mio gabinetto del Giardino delle Piante. Accetto i tuoi voti, e te ne ringrazio; solo ti domanderò cosa intendi per buon anno, nelle condizioni in cui ci troviamo. È l’anno che darà fine alla nostra prigionia, o l’anno che vedrà continuato questo strano viaggio?

– In fede mia – rispose Conseil – non so che dire al signore. Certo è che vediamo cose bizzarre, e che da due mesi non abbiamo avuto il tempo di annoiarci. La meraviglia ultima è sempre quella che più ci sbalordisce, e se la progressione continua, non so come andrà a finire. Io penso che non ritroveremo mai una simile occasione.

– Mai, Conseil.

– Inoltre il signor Nemo, che giustifica assai bene il suo nome latino, non ci dà maggior imbarazzo che se non esistesse.

– Hai ragione, Conseil.

– Io penso dunque, se non dispiace al signore, che sarebbe un buon anno quello che ci permettesse di vedere ogni cosa.

– Vedere ogni cosa? sarebbe forse lungo: ma che pensa Ned Land?

– Ned Land pensa precisamente il contrario di me. Ha uno spirito positivo e uno stomaco imperioso. Guardare sempre i pesci, e mangiarne sempre, non gli basta. La mancanza di vino, di pane e di carne, non conviene affatto a un degno sassone, fatto famigliare con le bistecche, e che non si spaventa del brandy e del gin, presi in proporzioni moderate!

– Per parte mia, Conseil, non è già questo che mi tormenta, e mi adatto benissimo alla regola di bordo.

– Anch’io – rispose Conseil; – però io penso tanto a rimanere, quanto mastro Land a darsela a gambe; onde se l’anno che incomincia non sarà buono per me, sarà buono per lui, e viceversa. In questa maniera vi sarà sempre qualcuno soddisfatto. Infine, per concludere, auguro al signore ciò che al signore farà piacere.

– Grazie, Conseil. Solo ti pregherò di differire la questione delle strenne e di sostituirle provvisoriamente con una buona stretta di mano, la sola cosa che io possegga.

– Il signore non è mai stato così generoso.

E ciò detto, il bravo giovanotto se ne andò.

Il 2 gennaio, avevamo percorso undicimilatrecentoquaranta miglia, ossia cinquemiladuecentocinquanta leghe, dal nostro punto di partenza dai mari del Giappone. Dinanzi allo sperone del Nautilus si stendevano i paraggi pericolosi del mare di corallo, sulla costa nord-est dell’Australia; e il nostro battello costeggiava, alla distanza di poche miglia, lo spaventevole banco, sopra cui le navi di Cook corsero rischio di perdersi il 10 giugno 1770. Il bastimento su cui era Cook diè in uno scoglio, e se non colò a fondo, fu perchè il pezzo di corallo staccato dall’urto rimase confitto nello scafo.

Mi sarebbe piaciuto visitare la scogliera lunga trecentosessanta leghe, contro la quale il mare, sempre agitato, si frangeva con formidabile intensità, simile al brontolio del tuono. Ma in quel punto i piani inclinati del Nautilus ci trassero a gran profondità, e non mi riuscì di veder nulla delle alte muraglie coralligene; dovetti contentarmi di varî campioni di pesci raccolti dalle nostre reti. Rimarcai fra gli altri alcuni germoni, specie di sgombri grandi come tonni, dai fianchi azzurrognoli, e rigati di strisce trasversali, che scompaiono insieme con la vita dell’animale. Quei pesci ci accompagnavano a frotte, e fornivano al nostro desco una carne sommamente delicata. Si prese inoltre gran numero di spari lunghi mezzo decimetro, aventi il gusto della orata, e pirapidi volanti, vere rondini sottomarine, le quali durante le notti oscure, solcano alternativamente l’aria e le onde con i loro bagliori fosforici.

Fra i molluschi e i zoofiti, trovai nelle maglie delle reti varie specie di alcionarie, di ricci, di martelli, di speroni, di quadranti, di ceriti e di hyalee. La Flora era rappresentata da belle alghe, da laminarie e da macrocisti impregnati di mucillagine che trasudava dai loro pori, e fra i quali raccolsi una meravigliosa Nemastoma Geliniaroide che fu classificata fra le curiosità naturali del museo.

Due giorni dopo aver attraversato il mare di corallo, fummo in vista delle coste della Papuasia. In quell’occasione il capitano Nemo mi fece sapere come egli intendesse raggiungere l’Oceano Indiano, passando dallo stretto di Torres. Non mi disse altro. Ned Land vide con piacere che quella via lo riaccostava ai mari europei. Questo stretto di Torres è considerato come pericoloso, non meno per gli scogli di cui è sparso, che per i selvaggi abitanti che frequentano le sue coste. Da esso la grande isola della Papuasia, detta altresì Nuova Guinea, è separata dalla Nuova Olanda. La Papuasia ha quattrocento leghe di lunghezza, centotrenta leghe di larghezza, ed una superficie di quarantamila leghe geografiche. È posta fra 0°, 19’ e 10°, 2’ sud di latitudine, fra 128°, 22’ e 145°, 15’ di longitudine. Al mezzodì intanto che il secondo misurava l’altezza del Sole, vidi le vette dei monti Arfalx che si elevano a piani e terminano in acuti picchi.

Codesta terra, scoperta nel 1511 dal portoghese Francesco Serrano, fu successivamente visitata da Don Josè di Menesès nel 1526, da Grijalva nel 1527, dal generale spagnuolo Alvar de Saavedra nel 1528, da Inigo Ortez nel 1545, dall’olandese Shouten nel 1616, da Nicola Sruick nel 1753, da Tasman, Dampier, Fumel, Carteret, Edward Bougainville, Cook, Forrest, Mach Cleur, d’Entrecasteaux nel 1792, da Duperrey nel 1823, e da Dumont d’Urville nel 1827.

«È il focolare dei neri che occupano tutta la Malesia» ha detto il signor De Rienzi, e io non avrei mai pensato che le sorti di codesta navigazione dovessero portarmi dinanzi agli spaventevoli Andamenti.

Il Nautilus dunque si presentò all’ingresso del più pericoloso stretto del globo, di quello che i più ardimentosi navigatori osano appena passare, stretto che Luis Paz de Torres affrontò nel ritornare dai mari del sud nella Melanesia, e nel quale nel 1840 le corvette arenate di Dumont d’Urville corsero rischio di perdersi. Lo stesso Nautilus, che non aveva a temere di tutti i pericoli del mare, stava tuttavia per far conoscenza con le scogliere coralline.

Lo stretto di Torres ha circa trentaquattro leghe di larghezza, ma è chiuso da innumerevoli quantità d’isole, isolette e scogli a fior d’acqua, che rendono la sua navigazione quasi impraticabile. Però il capitano Nemo prese tutte le precauzioni prima d’attraversarlo. Il Nautilus, galleggiando a fior d’acqua, s’avanzava a passo moderato, l’elica batteva i flutti lentamente.

Approfittando di quella condizione, i miei due compagni ed io avevamo preso posto sulla piattaforma, sempre deserta. Dinanzi a noi si elevava la gabbia del timoniere, e se non erro, il capitano Nemo doveva esser là a dirigere in persona il suo Nautilus.

Avevo sott’occhio le eccellenti carte dello stretto di Torres disegnate dall’ingegnere idrografo Vincendon Dumoulin, e dall’alfiere di marina Coupvent Desbois, ora ammiraglio, i quali facevano parte dello stato maggiore di Dumont d’Urville durante il suo ultimo viaggio di circumnavigazione; sono esse, insieme con quelle del capitano Rint, le migliori carte che districhino l’imbroglio di quello stretto passaggio, e io le consultavo con scrupolosa attenzione.

Intorno al Nautilus, il mare ribolliva furiosamente. La corrente delle onde che ci portava dal sud-est al nord-ovest, con una velocità di due miglia e mezzo, si frangeva contro i coralli che levavano il capo sopra le onde.

– Ecco un cattivo mare! – disse Ned Land.

– Pessimo infatti – risposi – e non punto conveniente ad un bastimento come il Nautilus.

– Bisogna – soggiunse il Canadese – che questo dannato capitano sia ben certo della sua via, poichè veggo là certi massi di corallo, capaci di mandare in mille frantumi il suo guscio, sol che lo sfiorino.

Infatti la situazione era pericolosa, ma il Nautilus pareva scivolasse come per incanto in mezzo agli scogli.

Non seguiva esattamente la via dell’Astrolabe e della Zélée, che fu fatale a Dumont d’Urville, ma si tenne un po’ più al nord, andò a costa a costa dell’isola Muray, e ritornò al sud-ovest, verso il passo di Cumberland. Io credevo che si muovesse diritto, quando risalendo nel nord-ovest si portò, attraverso un gran numero d’isole, e d’isolotti poco conosciuti, verso l’isola Tound e il canale Mauvais.

Già io chiedevo a me stesso se il capitano Nemo, imprudente fino alla pazzia, volesse avventurarsi in quel passo, in cui s’impigliarono le due corvette di Dumont d’Urville, quand’egli, mutando un’altra volta la sua direzione e tagliando diritto all’ovest si rivolse verso l’isola Gueboroar.

Erano allora le tre dopo il mezzodì. Il flusso s’infrangeva, la marea era quasi piena. Il Nautilus si accostò a quell’isola che io vedo ancora col suo notevole lembo di pendanus. La rasentammo a meno di due miglia.

Improvvisamente fui rovesciato da un urto; il Nautilus aveva urtato contro uno scoglio, e rimase immobile, piegando leggermente a babordo. Nel risollevarmi, vidi sulla piattaforma il capitano e il suo secondo, i quali esaminavano la situazione della nave scambiando alcune parole nel loro incomprensibile idioma.

Ecco qual era questa situazione. A due miglia a tribordo, appariva l’isola Gueboroar, la cui costa s’incurva dal nord all’ovest come un immenso braccio; verso il sud e l’est si mostravano già alcune teste di corallo, che il riflusso lasciava allo scoperto. Eravamo arenati in pieno, in uno di quei mari in cui le maree sono mediocri, cosa che doveva molto impedire la liberazione del Nautilus. Tuttavia la nave non aveva punto sofferto, tanto il suo guscio era solidamente costrutto. Ma, se non poteva nè colare a fondo, nè spaccarsi, rischiava per altro di rimanere in perpetuo attaccata a quegli scogli, e in tal caso l’apparecchio sottomarino del capitano Nemo aveva finito il suo ufficio. Così riflettevo, quando il capitano, freddo e tranquillo, e sempre padrone di sè, senza mostrarsi nè commosso, nè inquieto, si avvicinò.

Incagliati nello stretto di Torres
Incagliati nello stretto di Torres

– Un accidente? – gli dissi.

– No, un incidente – mi rispose.

– Ma un incidente – ribattei – che vi obbligherà forse a ridivenire un abitante delle terre che fuggite!

Il capitano Nemo mi guardò in un modo strano, e mi fece cenno di no. Era tanto come dire chiaramente che nulla lo costringerebbe giammai a riporre i piedi sopra un continente.

– D’altra parte, signor Aronnax – mi disse – il Nautilus non è perduto, e vi trasporterà ancora attraverso le meraviglie dell’Oceano. Il nostro viaggio è appena incominciato, ed io non voglio così presto perdere la vostra compagnia.

– Pure, capitano Nemo – ripresi a dire senza mostrar d’avvedermi della forma ironica di questa frase – il Nautilus si è arenato nel momento dell’alta marea. Ora le maree non sono forti nel Pacifico, e però se voi non potete alleggerire la nave, cosa che mi pare impossibile, non vedo in qual modo potrà essere rimesso in mare.

– Le maree non sono forti nel Pacifico, questo è vero – rispose il capitano; – ma allo stretto di Torres c’è ancora una differenza di un metro e mezzo fra le alte e basse maree. Oggi è il 4 gennaio, e fra cinque giorni sarà la Luna piena, mi meraviglierebbe molto se il compiacente satellite non sollevasse le masse d’acqua, quanto basti a rendermi un servigio che io non voglio dovere ad altri che a lui.

Ciò detto il capitano, seguìto dal suo secondo, ridiscese nell’interno del Nautilus.

Quanto al bastimento non si moveva più, rimanendo immobile come se i polipi corallini l’avessero già murato col loro indistruttibile cemento.

– Ebbene, signore – mi disse Ned Land accostandomisi appena il capitano fu partito.

– Ebbene, amico Ned, noi aspetteremo tranquillamente la marea del 9, poichè pare che la Luna avrà la compiacenza di rimetterci a galla.

– Semplicemente?

– Semplicemente.

– E questo capitano non getterà adunque le sue àncore al largo e non dirigerà la forza della macchina alle catene, e non farà di tutto per deliberarsi?

– Se basterà la marea! – rispose semplicemente Conseil.

Il Canadese guardò Conseil, poi si strinse nelle spalle. Era il marinaio che parlava in lui.

– Signore – replicò egli – mi potete credere se vi dico che codesto pezzo di ferro non navigherà mai più, nè sopra nè sotto i mari. Non è più buono che ad essere venduto a peso. Credo dunque che sia venuto il buon momento per sottrarci alla compagnia del capitano Nemo.

– Amico Ned – risposi – io non dispero come fate voi di questo valoroso Nautilus; fra quattro giorni sapremo che pensare circa le maree del Pacifico, e d’altra parte la fuga potrebbe essere opportuna dove fossimo in vista delle coste dell’Inghilterra o della Provenza, ma nei paraggi della Papuasia è ben diverso, e saremo sempre in tempo per appigliarci a tal partito estremo se al Nautilus non riescirà di districarsi, la qual cosa terrei come gravissima.

– Ma non si potrebbe almeno avventurarsi in questo terreno? – riprese a dire Ned Land. – Ecco un’isola, e sovra essa degli alberi; e sotto gli alberi animali terrestri che portano costolette e roastbeefs che io l’addenterei molto volontieri.

– L’amico Ned ha ragione – disse Conseil – e io mi sto a quel che egli dice. Il signore non potrebbe ottenere dal suo amico, il capitano Nemo, di trasportarci a terra, non foss’altro che per non perdere l’abitudine di premere col piede le parti solide del nostro pianeta?

– Posso domandarglielo – risposi – ma rifiuterà.

– Che il signore arrischi la proposta – disse Conseil – così metteremo a prova la cortesia del capitano.

Con mia gran meraviglia il capitano Nemo mi concesse ciò che gli domandai e lo fece con infinita grazia e premura senza esigere da me la promessa di ritornare a bordo. Ma una fuga attraverso le terre della Nuova Guinea sarebbe stata pericolosissima e non avrei consigliato Ned Land di tentarla. Meglio era rimaner prigionieri a bordo del Nautilus che cadere fra le mani degl’indigeni della Papuasia!

Il canotto fu messo a nostra disposizione per il domani mattina. Io non cercai di sapere se il capitano Nemo ci avrebbe accompagnati e credevo anche non ci avrebbero dato alcun uomo dell’equipaggio, e che solo a Ned Land sarebbe toccato dirigere la scialuppa. D’altra parte la terra era discosta due miglia al più e per il Canadese non era altro che un gioco il condurre il lieve canotto fra le scogliere così fatali alle grandi navi.

L’indomani, 5 gennaio, il canotto fu staccato dal suo alveolo e lanciato in mare dall’alto della piattaforma. Bastarono due uomini alla operazione, i remi erano nella scialuppa, e non ci rimaneva più che prendervi posto.

Alle otto, armati di fucili e di accette, ci staccavamo dal Nautilus. Il mare era abbastanza tranquillo. Una brezzolina soffiava da terra. Conseil ed io maneggiavamo i remi con vigore e Ned governava negli stretti passaggi che gli scogli lasciavano fra di loro. Il canotto era docile e filava rapidamente.

Ned Land non poteva trattenere la sua gioia. Era un prigioniero sfuggito dalla sua prigione, e non pensava affatto che gli conveniva rientrarvi.

– Della carne! – ripeteva – mangeremo dunque della carne, e qual carne! selvaggina vera! per altro non abbiamo pane! io non dico che il pesce non sia una buona cosa, ma non bisogna abusarne, e un pezzo di cacciagione fresca, arrostito sui carboni ardenti, varierà piacevolmente il nostro ordinario.

– Ghiotto! – rispondeva Conseil – me ne fa venire l’acquolina in bocca.

– Rimane a sapersi se queste foreste siano ricche di selvaggina, e se questa non sia per caso di tal mole da poter dar la caccia al cacciatore.

– E che importa, signor Aronnax? – rispose il Canadese, i cui denti sembravano essere affilati come il taglio d’un’accetta – mangerò costolette di tigri, se in quest’isola non c’è altro quadrupede.

– L’amico Ned è pericoloso – rispose Conseil.

– Qualunque esso sia – soggiunse Ned Land – l’animale a quattro zampe e senza piume, o a due zampe con piume, sarà salutato con la mia prima schioppettata.

– Ecco – risposi – ecco le imprudenze di mastro Land che stanno per incominciare.

– Non abbiate paura, signor Aronnax – rispose il Canadese – remate vigorosamente: non chiedo che venticinque minuti per offrirvi una vivanda cucinata a mio modo.

Alle otto e mezza il canotto del Nautilus si arrestava dolcemente sopra una spiaggia sabbiosa, dopo di aver con lieta fortuna passato l’anello coralligeno che circondava l’isola di Gueboroar.

Io vidi un fascio di carte ingiallite.

Il Nautilus aveva urtato.

Telegrama

Oficina de origen: la red mundial · Destino: a bordo del Nautilus

0 palabras · tarifa: 0 kreuzers (los puntos se convierten en STOP)